lunedì 17 novembre 2014

I giochi di nonno Mico

Cara Malù, 
ti ricordi di nonno Mico? Sì, proprio lui, quello dei giochi più divertenti del mondo, delle storie avventurose sulla sua vita in Australia e sulla prigionia in Abissinia durante la guerra, dell'inglese "calabresizzato"; quello che, finché ha potuto viaggiare fino a Genova, mi veniva a prendere a scuola e doveva ogni tanto fermarsi per raddrizzare la schiena, piegata da un'impietosa artrosi che, però, non gli impediva di portarmi lo zaino; quello che mi ha insegnato ad allacciarmi le scarpe e mi ha fatto ridere così tanto, così tanto...così tanto da farmi piangere adesso che, all'improvviso, ricordo.
Non ho mai più scritto di lui, Malù. Forse non ho più nemmeno pensato a lui. E ora che sento di doverlo fare, voglio solo raccontare com'era quando ero bambina e non com'è poi diventato in seguito, quando l'ho visto pian piano spegnersi, soffrendo.
Vediamo se riesco a ricordare. Dunque: mio nonno Mico era un signore con una grande pancia e gli occhi teneri; calabrese doc, era stato un gran figo in gioventù, lo testimoniano le foto in bianco e nero che mia madre ha ancora nella casa di Roccella; da piccolo, scappava dalla finestra della scuola elementare del paese e durante la guerra è stato fatto prigioniero (io mi ricordo in Abissinia, ma questi racconti risalgono a quando avevo cinque/sei anni e potrei sbagliarmi!) ed è riuscito a tornare a Roccella percorrendo non so quanti chilometri a piedi (purtroppo non ricordo i dettagli della storia, ma lo sento ancora cantare "faccetta nera" mentre mi spiegava che tutti la cantavano in quel tempo...e io, ignara di cosa volesse dire, la cantavo dietro a lui che si era premurato di insegnarmela, non perchè fosse fascista ma perchè, appunto, era la hit dell'epoca e faceva parte della storia). 
La sera ci sedevamo sul lettone dei miei, io avevo le babbucce bianche con le stringhe da allacciare (e queste babbucce si trovano ancora in un cassetto della mia cameretta) e fu così che imparai ad allacciarmi le scarpe; inoltre, nel corso di queste serate il nonno mi insegnava a contare in inglese e a dire alcune frasi come "Vorrei una bottiglia di latte, per favore" oppure "Vorrei della carne, per favore". Sì, perchè il nonno ha vissuto circa vent'anni in Australia, negli anni cinquanta e sessanta, e vantava una splendida (ed essenziale) parlantina inglese; i racconti sulla sua vita in Australia erano i miei preferiti! Aveva impiegato mesi di navigazione per raggiungere Sydney e in vent'anni era tornato a casa solo due volte, quando mia madre aveva dieci e diciotto anni (e questa parte della storia, in realtà, è molto triste, ma naturalmente all'epoca non ci avevo fatto caso). Mi raccontava dei lavori che si ritrovava a fare, dei canguri, dei boomerang e di chissà quante altre meraviglie che ora non ricordo bene; mi sono rimaste impresse le frasi in inglese necessarie per fare la spesa perchè le pronunciava con un accento calabro così marcato da farmi scompisciare anche a sei anni!
Ma la parte migliore del tempo che trascorrevo col nonno era quello in cui si faceva "il gioco della nave": io e mia sorella mettevamo tutti i nostri pupazzi e le nostre bambole sui due divani letto della stanza degli ospiti (che poi in quegli anni era la stanza di nonno Mico e nonna Maria, passavano molti mesi a Genova con noi) e ci "imbarcavamo con loro sulla nave del nonno"; il nonno era naturalmente il comandante e doveva raccontarci una "fragola" per far passare il tempo durante il "viaggio". Sì, il nonno storpiava le parole e ci faceva divertire un sacco, possedeva quella capacità di essere buffo senza fare grandi cose, sapeva far ridere davvero i nostri cuori di bambine. Come vorrei ricordarmi quelle "fragole" in cui venivano coinvolti i nostri "compagni di viaggio" che diventavano esseri parlanti e pensanti. 
Ad ogni modo, anche se questi giochi sono durati solo pochi anni, ho ricevuto tanto, tantissimo e forse me ne rendo conto ancora di più ora che sono mamma: mio nonno ci faceva viaggiare con la fantasia. Niente televisione, niente videogiochi. Solo "fragole" un po' vere e un po' inventate, una nave piena di pupazzi, tanta attenzione e tempo passato a giocare con noi. E oggi mi sento ricca per quei momenti insieme. 
Giochiamo con i nostri figli, facciamoli ridere, regaliamo loro ricordi così. Un giorno, da adulti, tornerà loro tutto in mente e rideranno di nuovo, forte, come sto facendo io in questo momento.
Grazie nonno Mico, ti voglio bene, sempre.   

6 commenti:

  1. Bel post. I nonni sono importantissimi, anch'io ero molto affezionata ai miei...

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  2. Splendido post e splendido ritratto di tuo nonno,tutti i nonni dovrebbero essere così!Grazie per aver condiviso questi ricordi così preziosi e bellissima,sacrosanta,la conclusione che hai scritto..Mi sono commossa!

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    1. Amore, grazie, davvero :) sapere che quello che condivido viene "sentito" da qualcuno mi incoraggia a proseguire :)

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  3. Commovente :) e stupendo insieme, ciao nonno!!!

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